L’arte proverbiale di Antonino Soddu Pirellas

10 feb 2017

L'Unione sarda - Cultura - 6 gennaio 2010 - Mauro Manunza

Stanotte che notte sarà, si aluna ‘nfondo ‘o pozzo sta – canta Teresa De Sio. In su poju sa luna paret un’ateruna – replica Antonino Pirellas pittoricamente cimentandosi in uno dei temi più romantici della letteratura, della poesia, dell’immaginario. Simbolo metafisico, culla di sogni,la luna che si rispecchia sull’acqua è l’inconscio misterioso del doppio,metafora dell’eco e della trasformazione, fonte d’illuminazione cosmica, porta del cielo. Frantumando il suo riflesso misterioso nel tremolio liquido, <la luna nella pozzanghera sembra un’altra> dice il proverbio barba ricino. E’ mentitrice e allo stesso tempo espressione di verità, perché in quello specchio terreno riconduce il buio e il blu incombenti sul rosso del tramonto, le nuvole scompigliate e la terra ancora luccicante di pioggia. Non è più luna, ms occhio inquietante. Non per caso l’originale rappresentazione della luna proiettata nel paesaggio del dopo-temporale è al centro della piccola galleria di proverbi che Pirellas propone a Cagliari (Café Savoia, nell’omonima piazzetta del rione Marina). La mostra s’intitola “Pop-wisdom”: sprazzi di saggezza popolare, illustrata da un estroso romantico fuori regola che alterna umani microcosmi di chiassosi colori a smisurate scenografie di land art costruite nell’ambiente naturale. Chi non ricorda la pavoncella sarda “disegnata”con migliaia di piantine nelle campagne di Ussana e Donori e visibile soltanto dall’aereo in volo verso Elmas; oppure l’enorme affresco vegetale impiantato sul fianco del Monte Spada e scrutabile da decine di chilometri di distanza, persino da Nuoro?

Fonnese doc, funzionario regionale, irriducibile ambientalista, Antonino Soddu Pirellas è attento alla tradizione dei giudizi che derivano dall’esperienza; e siccome un pittore paremiologo non può che diventare paremiografo, quattro anni fa allineò nella galleria “Per l’arte” di Villacidro una splendida serie di dicius suggeriti da Paolo Pillonca e tradotti in suggestive immagini. Ora è tornato su quel fronte, lasciando per un momento da parte la più recente esperienza di nuova figurazione per rivisitare sei di quei lavori in chiave decisamente pop. L’inquisitore-giullare di Justissia noa ferramenta acuta, per esempio, sogghigna beffardo esibendo il coltello a serramanico e nascondendo dietro la toga una mano atteggiata a corna. E il corvo sulla groppa dell’asino (Ainu no morit cando cheret corvu) sfodera l’unghia centrale di una zampa, così come uno sfrontato bullo metropolitano mostra il dito medio all’interlocutore.

Visti dal pittore barbaricino, i personaggi dei proverbi sono maschere orrifiche: feroci ritratti che sembrano ispirati dall’inquietudine di Beckman, dal visceralismo di Ensor e dalla fantasia visionaria di Redon . “ Al di là del folclorismo di maniera- commenta Roberta Vanali presentatrice della rassegna- l’artista ritorna periodicamente a sviscerare queste chicche del patrimonio culturale isolano rielaborandole con ironia pungente e talvolta dissacrante “. Certo, la carica di aggressività sarcastica è fra i caratteri originali quello che meglio di fonde con lo spiccato simbolismo, peculiarità riscontrabile in ogni opera di Pirellas. Che per denunciare la volgarità e l’ipocrisia umana attinge stilisticamente all’espressionismo più grottesco ed eccentrico, con segno aggressivo, linee spezzate, colori violenti e campi cromatici piatti e stridenti. Non manca un omaggio a al graffitismo. Sul segno immediatamente identificabile di Keith Haring è concepito il piccolo mondo di omini gialli rossi verdi viola che si danno da fare fra i rami di un albero abbattuto, così da sfruttarne ogni possibile vantaggio. Dice infatti il vecchio saggio dei nostri paesi che in s’arvure ruta cadaunu bi faghet linna: sui resti di quell’orgoglioso albero che ammiravamo e rispettavamo si scatena il nostro avido egoismo. L’incisività artistica di Antonino Pirellas ha origini lontane: fu Remo Branca a riconoscerne il talento e ad avviarlo sulla strada della pittura. L’allievo ha mantenuto la promessa, seminando infatti tracce a Milano e New York, a Malta e in Toscana oltre che un po’ dappertutto in Sardegna. Recentemente si è dedicato alla new image, ma la vecchia passione per i “Proverbios di Goya non sembra lasciarlo in pace e ogni tanto ritorna su quelli che ha definito “i colori della saggezza”. Si potrebbe ricordargliene un paio a misura del suo felice percorso: niunu naschet in s’arte imparadu: ma una volta imparata l’arte, su trabaju narat quie est su mastru


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